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Crescere davanti a uno schermo: come i social stanno trasformando l’identità degli adolescenti

Crescere è sempre stato difficile. Ogni generazione ha attraversato le proprie fragilità, le proprie paure, le proprie incertezze, affrontando il delicato passaggio dall’infanzia all’età adulta. È sempre stato un processo fatto di tentativi, errori, scoperte e costruzione progressiva di sé.

Eppure, mai come oggi, i ragazzi crescono sotto uno sguardo permanente.

Non è lo sguardo rassicurante di un genitore, né quello educativo di un insegnante o quello complice di un amico. È uno sguardo invisibile, costante, silenzioso. Uno sguardo che osserva senza essere visto, che valuta senza spiegare, che approva o ignora senza offrire comprensione. È lo sguardo dei social media.

Alberto Pellai e Barbara Tamborini, nel loro libro Esci da quella stanza, descrivono con lucidità questa trasformazione epocale: oggi l’identità degli adolescenti non si costruisce più soltanto attraverso le esperienze vissute nel mondo reale, ma sempre più attraverso l’immagine che riescono a proiettare nel mondo digitale. Questo cambiamento non è superficiale. È profondo, strutturale, e incide direttamente sul modo in cui i ragazzi percepiscono se stessi, il proprio valore e il proprio posto nel mondo.

L’identità adolescente: un processo fragile e fondamentale

L’adolescenza è il tempo della domanda più importante della vita: Chi sono io?

Non è una domanda a cui si può rispondere rapidamente. È una domanda che richiede tempo, esperienze, confronto, relazioni. L’identità non si trova: si costruisce. Si costruisce attraverso il confronto con gli altri, attraverso il fallimento e la ripresa, attraverso la scoperta delle proprie capacità e dei propri limiti.

Per generazioni, questo processo si è sviluppato all’interno di contesti concreti e vissuti: la scuola, il gruppo di amici, lo sport, le attività quotidiane, le relazioni familiari. Era attraverso queste esperienze reali che i ragazzi imparavano a conoscersi, a confrontarsi, a costruire una percezione autentica di sé.

Oggi, però, una parte significativa di questo processo si è spostata online. E questo spostamento cambia radicalmente le dinamiche della crescita.

Perché nel mondo digitale, l’identità non è soltanto vissuta. È esposta. È osservata. È valutata.

Il bisogno di approvazione: quando il valore personale diventa un numero

Ogni adolescente ha un bisogno profondo e naturale di sentirsi visto, riconosciuto, accettato. Questo bisogno non è una fragilità. È una componente fondamentale dello sviluppo umano. Sentirsi riconosciuti dagli altri contribuisce a costruire un senso di valore personale e di appartenenza.

I social media hanno trasformato questo bisogno umano in un sistema misurabile. L’approvazione non è più percepita soltanto attraverso uno sguardo, una parola o un gesto. È quantificata.

  • Like.
  • Follower.
  • Visualizzazioni.

Questi numeri diventano indicatori di valore personale. Quando un contenuto riceve approvazione, il ragazzo può sentirsi valido, riconosciuto, esistente. Quando questa approvazione non arriva, può emergere un senso di invisibilità, di inadeguatezza, di esclusione.

Il problema non è l’esistenza dei social media in sé. Il problema nasce quando l’autostima comincia a dipendere da queste metriche. Quando il valore personale non viene più costruito attraverso l’esperienza reale, ma delegato allo sguardo impersonale di una piattaforma.

 

La costruzione di un’identità filtrata e fragile

Nel mondo digitale, ogni adolescente ha la possibilità di costruire una versione selezionata di sé. Può scegliere cosa mostrare e cosa nascondere. Può filtrare la propria immagine, modificare la propria rappresentazione, controllare ciò che gli altri vedono.

Questo processo crea inevitabilmente una distanza tra l’identità reale e l’identità digitale. Più questa distanza aumenta, più aumenta il rischio di fragilità interiore.

Il ragazzo può iniziare a percepire la propria identità reale come insufficiente rispetto all’immagine che ha costruito o rispetto a quella che osserva negli altri. Il confronto non avviene più tra persone reali, ma tra rappresentazioni idealizzate.

Versioni curate, selezionate, filtrate.

Questo confronto costante può alimentare un senso persistente di inadeguatezza, una sensazione di non essere mai abbastanza, di non corrispondere agli standard percepiti come normali.

Quando il digitale modifica la percezione della realtà

Pellai e Tamborini descrivono tre processi psicologici fondamentali che contribuiscono a trasformare la percezione degli adolescenti: la desensibilizzazione, la normalizzazione e la glamourizzazione.

La desensibilizzazione avviene quando l’esposizione continua a determinati contenuti riduce la sensibilità emotiva. Ciò che inizialmente appariva scioccante o disturbante diventa progressivamente familiare.

La normalizzazione si verifica quando comportamenti un tempo considerati eccezionali o marginali diventano percepiti come comuni e accettabili.

La glamourizzazione, infine, consiste nella presentazione di comportamenti rischiosi o nocivi come desiderabili, affascinanti, degni di imitazione.

Questi processi alterano profondamente la percezione della realtà, rendendo difficile per i ragazzi distinguere tra ciò che è reale e ciò che è costruito, tra ciò che è autentico e ciò che è artificiale.

 

La solitudine invisibile della connessione permanente

I social media promettono connessione. Promettono vicinanza. Promettono appartenenza. Ma questa promessa non sempre si traduce in una reale esperienza di relazione.

Un adolescente può avere centinaia di contatti e sentirsi comunque profondamente solo. Perché la relazione digitale, per sua natura, è mediata. È priva della dimensione corporea, dello sguardo diretto, della presenza fisica.

La relazione reale coinvolge il corpo, la voce, le emozioni condivise nello stesso spazio e nello stesso tempo. È attraverso queste esperienze che si costruisce un senso autentico di appartenenza.

Quando la relazione digitale sostituisce quella reale, può emergere una forma di solitudine nuova, silenziosa, difficile da riconoscere.

Una solitudine invisibile.

 

Il ritiro sociale come conseguenza della fragilità identitaria

Quando l’identità diventa fragile, il mondo reale può iniziare a essere percepito come minaccioso. Il confronto diretto può generare ansia. L’imprevedibilità delle relazioni può essere vissuta come un rischio.

In questo contesto, il mondo digitale appare più sicuro. Più controllabile. Più prevedibile.

Progressivamente, il ragazzo può iniziare a ritirarsi. Non perché non desideri relazioni, ma perché teme il confronto reale. La stanza diventa un rifugio. Lo schermo diventa una barriera protettiva.

È così che può svilupparsi il ritiro sociale.

Non come una scelta improvvisa, ma come il risultato di un processo lento e progressivo.

Il ruolo fondamentale degli adulti e della comunità educante

Di fronte a questa trasformazione, gli adulti non possono limitarsi a osservare con preoccupazione. Devono comprendere. Devono accompagnare. Devono assumersi la responsabilità educativa che questo tempo richiede.

Non si tratta di demonizzare la tecnologia, ma di aiutare i ragazzi a costruire un’identità radicata nella realtà. Un’identità che non dipenda dall’approvazione digitale, ma dall’esperienza vissuta.

Questo richiede presenza. Richiede ascolto. Richiede la capacità di offrire esperienze reali, relazioni autentiche, occasioni di crescita concreta.

La comunità educante, nel suo insieme, ha un ruolo decisivo.

 

Riportare l’identità nella realtà: una responsabilità condivisa

Il messaggio di Esci da quella stanza è chiaro e urgente: l’identità si costruisce nella realtà. Attraverso il gioco, la relazione, l’esperienza vissuta nel mondo concreto.

Il digitale può essere uno strumento utile, ma non può diventare il luogo principale della costruzione dell’identità.

Il compito degli adulti non è quello di sottrarre il digitale, ma di restituire centralità alla vita reale. Di offrire ai ragazzi esperienze che permettano loro di scoprire chi sono davvero.

Perché crescere non significa essere visti da uno schermo.

Significa essere visti da qualcuno che c’è davvero.

Un dialogo necessario per comprendere e accompagnare

Il 10 marzo, Alberto Pellai e Barbara Tamborini saranno a Taranto, presso la Biblioteca Civica Pietro Acclavio, per un incontro promosso dal CIOFS/FP – Puglia ETS.

Sarà un’occasione preziosa per comprendere più a fondo queste trasformazioni e per riflettere insieme su come accompagnare i nostri ragazzi nella costruzione di un’identità solida, autentica e radicata nella realtà.

  • Perché educare oggi significa esserci.
  • Significa comprendere.
  • Significa accompagnare.

Fuori dalla stanza. Dentro la vita.